Pensioni future a rischio: assegni ridotti del 17% nel 2060
L'analisi Censis-Confcooperative certifica il divario generazionale: chi entra oggi nel mercato del lavoro subirà una forte perdita del potere d'acquisto.
Le proiezioni sulle pensioni future delineano uno scenario complesso: per i giovani lavoratori si profila un netto calo dell'assegno previdenziale rispetto all'ultima retribuzione. Il divario con le generazioni precedenti si allarga, complici dinamiche demografiche e salariali critiche.
Il crollo del tasso di sostituzione nelle pensioni future
L'analisi dei dati previdenziali rivela una frattura profonda nel patto intergenerazionale. Secondo il recente Focus Censis-Confcooperative, assistiamo a una progressiva erosione di quello che tecnicamente viene definito tasso di sostituzione, ovvero il rapporto percentuale tra la prima rata di pensione e l'ultimo stipendio percepito. La fotografia attuale mostra che chi lascia il lavoro oggi, dopo una carriera continuativa iniziata nei primi anni Ottanta, ottiene una copertura dell'81,5%.
Lo scenario muta drasticamente per i trentenni odierni: per un giovane entrato nel mercato del lavoro nel 2022, che accederà alla quiescenza presumibilmente nel 2060, la copertura scenderà al 64,8%. Si tratta di una flessione di quasi 17 punti percentuali, una cifra che Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, definisce come una vera e propria "ipoteca sul futuro". Questa dinamica comporta che la distanza tra stipendio e pensione raddoppierà, passando dal fisiologico 18,5% attuale a un preoccupante 35,2%, esponendo le nuove generazioni a un rischio concreto di vulnerabilità economica durante la terza età.
Inverno demografico: mancheranno 7,7 milioni di lavoratori
A gravare sul sistema contributivo italiano non è solo il calcolo retributivo, ma una bomba a orologeria sociale: il drastico calo della popolazione attiva. Le stime indicano che tra il 2025 e il 2050 l'Italia perderà circa 7,7 milioni di lavoratori nella fascia d'età compresa tra i 15 e i 64 anni. Questa contrazione del 20,5% della forza lavoro rappresenta una minaccia strutturale alla sostenibilità del welfare.
Con una platea di contribuenti sempre più ristretta, il mantenimento dell'equilibrio finanziario dell'INPS diventerà una sfida ardua. Attualmente, l'Italia detiene già il primato europeo per la spesa pensionistica in rapporto al PIL, attestata al 15,5% contro una media UE del 12,3%. Questo dato, apparentemente indice di un sistema generoso, nasconde in realtà lo squilibrio di un Paese dove quasi la metà della popolazione ha già superato i 50 anni, creando una pressione insostenibile sulle spalle di una forza lavoro in diminuzione.
Stipendi e PIL: il confronto impietoso con l'Europa
Il depauperamento delle pensioni future è strettamente correlato alla stagnazione retributiva che affligge il Paese da un trentennio. L'Italia si posiziona al terzultimo posto in Europa per l'incidenza dei salari sul PIL, ferma al 28,9%. Il confronto con le altre grandi economie continentali è impietoso: in Germania la quota salari tocca il 44,9%, mentre in Francia e Spagna si attesta rispettivamente al 38% e al 37,1%.
Questa bassa intensità salariale, cristallizzata nel tempo, innesca un circolo vizioso: retribuzioni basse oggi significano montanti contributivi esigui domani. La diffusione della "povertà lavorativa" e la precarietà contrattuale non fanno che aggravare il quadro, rendendo le fragilità sociali non più un'eccezione transitoria, ma una caratteristica strutturale del sistema economico italiano, destinata a ripercuotersi con forza sui futuri pensionati.