Povertà educativa, l'allarme del CNDDU: giovani senza scuole, cultura e relazioni
La povertà educativa diventa questione democratica tra scuole assenti, presìdi culturali carenti e isolamento adolescenziale.
La povertà educativa misura oggi l’accesso reale a scuola, cultura e relazioni. I nuovi dati mostrano divari territoriali che interrogano diritti, comunità e democrazia.
Uno studente su tre vive senza scuole superiori, il 34,1% dei giovani senza presìdi culturali e il 13,7% senza amici con cui confidarsi: la povertà educativa diventa questione di cittadinanza democratica
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profonda attenzione per i dati emersi dall'indagine realizzata dalla Fondazione Articolo 49 attraverso la piattaforma InClasse e presentata presso la Camera dei Deputati nel corso dell'evento dedicato ai giovani e alle scuole, organizzato in collaborazione con l'Ufficio del Parlamento europeo in Italia e con il patrocinio della Commissione europea.
I risultati della ricerca, elaborati su dati ISTAT e riferiti alla popolazione studentesca italiana tra gli 11 e i 19 anni, restituiscono una fotografia che non può lasciare indifferenti il mondo della scuola, le istituzioni e l'intera società civile.
Un primo elemento riguarda l'accessibilità ai percorsi formativi.
In Italia uno studente su tre vive in comuni privi di istituti secondari di secondo grado. Una media nazionale che assume dimensioni ancora più rilevanti in alcune realtà territoriali: il 56,7% degli studenti del Veneto vive in comuni senza scuole superiori; la percentuale raggiunge il 63% in Valle d'Aosta e arriva addirittura al 93% nelle aree rurali venete e al 91,5% nelle zone scarsamente popolate della Valle d'Aosta.
A tali criticità si aggiungono le difficoltà legate alla mobilità scolastica.
L'indagine evidenzia che il 26,4% delle scuole statali italiane non è raggiungibile tramite mezzi pubblici, mentre il 22,5% delle scuole statali del primo ciclo risulta privo di collegamenti mediante scuolabus. In alcune regioni, come Campania e Calabria, la quota di istituti non raggiungibili con il trasporto pubblico sfiora il 50%.
Questi dati evidenziano una questione che va ben oltre l'organizzazione dei servizi: il diritto all'istruzione continua a essere fortemente influenzato dalle condizioni territoriali di partenza, generando forme di disuguaglianza che rischiano di compromettere il principio costituzionale di pari opportunità.
Particolarmente significativa appare inoltre la condizione relativa all'accesso alla cultura.
Secondo l'indagine, il 34,1% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni vive in comuni privi di cinema, teatri o luoghi destinati agli spettacoli dal vivo. In alcune regioni la situazione assume dimensioni ancora più preoccupanti: la percentuale supera il 50% in Molise e Basilicata, mentre raggiunge il 45,1% in Sardegna.
Ancora più eloquenti risultano i dati relativi ai musei.
Un minore su due in Italia vive in comuni senza musei che organizzino attività educative rivolte a bambini e adolescenti.
Sorprende che tale fenomeno riguardi non soltanto aree periferiche o interne, ma anche regioni caratterizzate da una forte presenza di istituzioni culturali. In Lombardia il 62,9% degli under 17 vive in comuni privi di musei con attività dedicate ai giovani; in Veneto la percentuale raggiunge il 62,2%.
Anche sul versante delle biblioteche emergono significative criticità territoriali.
Se la media nazionale indica che il 15,1% degli under 17 vive in comuni privi di biblioteche dotate di spazi o attività per bambini e ragazzi, la situazione appare molto più grave in alcune regioni del Mezzogiorno: 53,9% in Basilicata, 53,3% in Molise, 51,6% in Calabria.
Di fronte a tali evidenze, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene necessario introdurre nel dibattito pubblico una riflessione più ampia sul concetto di "infrastruttura educativa territoriale".
Nel XXI secolo una scuola non può essere considerata un'entità isolata.
La qualità dell'esperienza educativa dipende sempre più dalla presenza di una rete integrata di opportunità culturali, sociali e civiche: biblioteche, musei, teatri, associazioni, centri di aggregazione, spazi pubblici, laboratori artistici, organismi di partecipazione giovanile.
Laddove tali presìdi risultano assenti, il rischio non è soltanto quello di una minore offerta culturale, ma di una progressiva riduzione delle occasioni di crescita democratica.
Particolarmente allarmanti appaiono i dati relativi alla dimensione relazionale.
Secondo l'indagine, il 13,7% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni dichiara di non avere amici con cui confidarsi.
Ciò significa che oltre un adolescente su dieci vive una condizione di sostanziale isolamento affettivo proprio durante una delle fasi più delicate dello sviluppo umano.
A ciò si aggiunge che un giovane su dieci frequenta gli amici meno di una volta alla settimana, segnale di una progressiva rarefazione delle relazioni sociali significative.
Il CNDDU ritiene che tale dato debba essere interpretato come un vero e proprio indicatore di vulnerabilità sociale.
La letteratura pedagogica, sociologica e neuroscientifica internazionale dimostra infatti che la qualità delle relazioni costituisce uno dei principali fattori di protezione rispetto al disagio giovanile, alla dispersione scolastica, alle dipendenze comportamentali e ai fenomeni di esclusione sociale.
Preoccupano inoltre gli indicatori relativi alla partecipazione civica.
Il 50% dei giovani non prende parte ad alcuna attività di partecipazione politica o sociale, mentre nove adolescenti su dieci nella fascia d'età 14-19 anni non svolgono attività di volontariato.
Si tratta di dati che impongono una riflessione profonda.
Quando la partecipazione diventa residuale, quando il senso di appartenenza alla comunità si indebolisce, quando il volontariato non rappresenta più un'esperienza diffusa tra i giovani, il rischio è quello di assistere a una progressiva erosione del capitale sociale e democratico del Paese.
Per tale ragione il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani propone di affiancare agli indicatori tradizionali della povertà educativa un nuovo parametro di analisi: l'Indice di Cittadinanza Educativa Territoriale, inteso come misurazione integrata dell'accesso dei giovani a scuole, trasporti, biblioteche, musei, spazi culturali, associazionismo, partecipazione civica e opportunità relazionali.
Una tale prospettiva consentirebbe di valutare non soltanto quanto un territorio sia economicamente sviluppato, ma quanto esso sia realmente capace di garantire l'esercizio concreto dei diritti di cittadinanza delle nuove generazioni.
L'articolo 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani riconosce il diritto all'istruzione quale strumento finalizzato al pieno sviluppo della personalità umana. Analogamente, la Convenzione ONU sui Diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza riconosce il diritto dei minori alla partecipazione culturale, sociale e comunitaria.
Alla luce dei dati emersi, appare evidente come la sfida educativa contemporanea non possa essere affrontata esclusivamente attraverso il miglioramento degli apprendimenti o l'innovazione tecnologica.
La questione centrale riguarda la possibilità concreta per ogni giovane, indipendentemente dal luogo di nascita, di accedere a opportunità educative, culturali, relazionali e partecipative di qualità.
Il rischio che emerge dall'indagine è quello di una progressiva frattura tra territori ricchi di opportunità e territori caratterizzati da una crescente rarefazione di presìdi culturali, educativi e sociali.
Una democrazia matura non può accettare che il diritto a crescere in un ambiente culturalmente vitale e socialmente inclusivo diventi una variabile geografica.
Investire nella scuola, nella cultura e nelle relazioni significa oggi investire nella resilienza democratica del Paese.
Perché il vero indicatore del futuro di una nazione non è soltanto la sua crescita economica, ma la capacità di garantire ai propri giovani il diritto di immaginare, costruire e condividere il proprio futuro all'interno di una comunità educante viva, inclusiva e solidale.
prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU