Riforma universitaria Bernini: baronato e precariato tornano al centro delle polemiche di AVS
La riforma del reclutamento universitario voluta dalla Ministra Bernini riaccende il dibattito sul baronato accademico e sul precariato nei ruoli di ricerca e docenza.
La riforma universitaria targata Bernini è di nuovo sotto i riflettori. Elisabetta Piccolotti, deputata di Alleanza Verdi e Sinistra, ha sollevato accuse pesanti contro il Governo, denunciando come il nuovo sistema di reclutamento accademico rischi di riportare in vita dinamiche superate e dannose per chi lavora nell'università italiana. Un allarme che riguarda migliaia di ricercatori e docenti precari.
Addio all'abilitazione nazionale: cosa cambia davvero
Il cuore della contestazione riguarda l'abolizione dell'abilitazione nazionale. Questo strumento era stato concepito per garantire standard minimi a livello nazionale prima che un candidato potesse partecipare a un concorso universitario locale. Con la sua eliminazione, si torna ai concorsi locali, dove ogni ateneo seleziona in autonomia.
Per chi non è esperto del settore, la differenza è semplice: prima c'era un filtro centralizzato che limitava le scelte arbitrarie. Ora ogni università decide da sola, con il rischio concreto che i criteri di selezione diventino meno trasparenti e più influenzati da reti di potere interne.
Secondo Piccolotti, questo cambiamento riporta in auge il cosiddetto baronato universitario:
meno controllo esterno sulle nomine;
maggiore peso delle relazioni personali nei concorsi;
rischio crescente di favoritismi locali.
Il precariato accademico: un problema che si aggrava
Il precariato universitario è già una piaga nota. Molti ricercatori trascorrono anni — a volte decenni — con contratti a tempo determinato, borse di studio o assegni di ricerca, senza prospettive stabili. La riforma, secondo le opposizioni, non risolve questo problema: lo aggrava.
Senza un sistema abilitativo chiaro e uniforme, i giovani ricercatori si trovano in una posizione ancora più vulnerabile. Dipendono ancora di più dalle scelte discrezionali dei singoli atenei, con meno tutele e meno strumenti per difendere la propria carriera.
Le accuse al Governo: dialogo simulato e nomine politiche
Piccolotti non si è limitata a criticare il merito della riforma. Ha puntato il dito anche sul metodo. Secondo la deputata, il Governo avrebbe aperto un tavolo di confronto con l'opposizione soltanto per prendere tempo, senza alcuna reale intenzione di accogliere proposte alternative.
Un caso emblematico citato riguarda le nomine all'ANVUR, l'Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca. La spartizione dei posti al suo interno avrebbe risposto a logiche politiche, compromettendo l'indipendenza dell'ente. Un ente che, invece, dovrebbe valutare la qualità della ricerca in modo neutro e rigoroso.
«È una scelta che rivela una visione miope e dannosa per il futuro dell'università italiana», ha dichiarato Piccolotti.
La contraddizione del centro-destra sulla riforma universitaria
C'è un paradosso politico che emerge chiaramente. Nel 2010, fu proprio il centro-destra a introdurre norme pensate per combattere il baronato e valorizzare il merito nelle carriere accademiche. Oggi, con la riforma Bernini, quelle stesse norme vengono smantellate.
Le opposizioni avevano proposto soluzioni alternative per riformare l'abilitazione nazionale senza eliminarla del tutto, puntando su:
maggiore trasparenza nelle commissioni di concorso;
criteri di valutazione basati su dati oggettivi;
meccanismi di controllo indipendenti.
Il Governo, però, sembra intenzionato ad andare avanti sulla propria strada, ignorando queste proposte.