Sorelle scomparse in Abruzzo: la tutela dei minori oltre la sorveglianza
La tutela dei minori richiede comunità educanti capaci di generare fiducia, ascolto e appartenenza, non soltanto protocolli di sorveglianza e controllo.
La scomparsa di due sorelle in Abruzzo riporta al centro la tutela dei minori. Il CNDDU ricorda che la sorveglianza non basta: servono comunità educative capaci di trasformare la protezione in ascolto, fiducia e appartenenza per ogni adolescente fragile.
Sorelle scomparse in Abruzzo: la tutela dei minori non può ridursi alla sorveglianza. Occorre ricostruire comunità educanti capaci di generare fiducia
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profonda partecipazione e viva preoccupazione per la scomparsa di Alisya e Sarah, le due sorelle allontanatesi dalla comunità educativa di Civitella Alfedena. Mentre le indagini della Procura della Repubblica di Sulmona proseguono con il massimo impegno – attraverso l'analisi dei dispositivi telefonici, delle immagini di videosorveglianza e delle relazioni personali delle due minori – emerge con sempre maggiore evidenza come questa vicenda non possa essere letta esclusivamente attraverso la lente della cronaca giudiziaria.
Ogni minore che scompare rappresenta una ferita inferta non soltanto alla propria famiglia, ma all'intero sistema educativo e democratico. Quando un adolescente sceglie di sottrarsi a un luogo di protezione, oppure viene persuaso a farlo da soggetti esterni, non siamo di fronte soltanto a una possibile violazione delle norme: siamo davanti all'interruzione di un processo di costruzione della fiducia, elemento costitutivo di qualsiasi percorso educativo.
Le informazioni finora emerse delineano una situazione familiare segnata da anni di conflittualità, da provvedimenti dell'autorità giudiziaria, da cambiamenti nella responsabilità genitoriale e da un lungo percorso di collocamento in comunità. Si tratta di elementi che richiamano una delle condizioni di maggiore vulnerabilità evolutiva: quella di adolescenti costretti a ridefinire continuamente il significato stesso dell'appartenenza familiare, dell'autorità adulta e della sicurezza affettiva.
L'adolescenza, infatti, non coincide semplicemente con una fase biologica della crescita. È il tempo nel quale la persona costruisce la propria identità attraverso il riconoscimento reciproco, sperimenta il bisogno di autonomia senza rinunciare alla protezione e ricerca figure credibili alle quali affidare il proprio futuro. Quando questo equilibrio viene compromesso da esperienze di instabilità, separazioni traumatiche, conflitti protratti o sentimenti di abbandono, aumenta il rischio che il desiderio di appartenenza venga intercettato da relazioni alternative, percepite come maggiormente rassicuranti, anche quando possono rivelarsi profondamente manipolative.
Per questa ragione sarebbe riduttivo interpretare l'eventuale pianificazione dell'allontanamento esclusivamente come una fuga. Ogni fuga adolescenziale è anche una domanda educativa rimasta senza risposta. Essa racconta il bisogno di essere riconosciuti, ascoltati e compresi nella propria complessità emotiva. La persona, soprattutto durante la crescita, non ricerca semplicemente luoghi sicuri, ma luoghi nei quali sentirsi significativa.
La vicenda richiama inoltre una questione sempre più urgente: la trasformazione delle reti relazionali nell'epoca digitale. Le indagini stanno verificando l'eventuale utilizzo di telefoni non autorizzati e di contatti esterni alla comunità. Se tale circostanza fosse confermata, mostrerebbe ancora una volta come le relazioni oggi si sviluppino ben oltre i confini fisici delle istituzioni educative. La prossimità non coincide più con la presenza materiale; essa attraversa dispositivi digitali, messaggistica istantanea e reti informali capaci di esercitare un'influenza profonda sulle scelte degli adolescenti. Educare, pertanto, significa oggi sviluppare competenze critiche, alfabetizzazione digitale, capacità di riconoscere i processi manipolativi e consapevolezza dei propri diritti nelle relazioni online e offline.
Al tempo stesso, questa vicenda invita a riflettere sul significato stesso delle comunità educative. Esse non possono essere valutate soltanto sulla base dei protocolli di sicurezza, pur indispensabili. Una comunità educativa realizza pienamente la propria missione quando riesce a trasformare la protezione in appartenenza, la regola in responsabilità condivisa, il controllo in relazione significativa. Nessun sistema di sorveglianza può sostituire la forza educativa di un legame fondato sull'ascolto, sulla partecipazione e sul riconoscimento della dignità personale.
La Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza ricorda che ogni decisione riguardante un minore deve perseguire prioritariamente il suo superiore interesse e garantire il diritto ad essere ascoltato, protetto e accompagnato nel proprio sviluppo integrale. Analogamente, le più recenti strategie europee sui diritti dell'infanzia insistono sulla necessità di costruire ambienti educativi inclusivi, capaci di prevenire l'isolamento sociale, la marginalità relazionale e ogni forma di sfruttamento della fragilità evolutiva. Tali principi non devono restare enunciazioni normative, ma tradursi in pratiche educative quotidiane, sostenute da adeguati investimenti nelle professionalità educative e nella collaborazione tra scuola, servizi sociali, magistratura minorile e famiglie.
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene pertanto indispensabile rafforzare nei percorsi scolastici un'educazione sistematica alle competenze relazionali, all'intelligenza emotiva, alla cittadinanza digitale, alla gestione non violenta dei conflitti e alla cultura dei diritti umani. Non come insegnamenti accessori, ma come dimensioni trasversali della formazione della persona. Educare ai diritti significa, infatti, rendere ogni ragazza e ogni ragazzo capace di riconoscere il valore della propria dignità, di chiedere aiuto, di distinguere la libertà autentica dalle sue contraffazioni e di costruire relazioni fondate sulla reciprocità e sul rispetto.
La vicenda di Alisya e Sarah interpella tutti noi. Interroga le istituzioni, il sistema di protezione dei minori, la scuola, le famiglie, i mezzi di comunicazione e l'intera società civile. Ogni volta che un adolescente scompare, non è soltanto una persona a diventare irreperibile: rischia di smarrirsi anche la capacità collettiva di riconoscere tempestivamente il disagio, di trasformarlo in dialogo e di prevenire l'isolamento attraverso una presenza educativa competente.
Con l'auspicio che le due giovani possano essere ritrovate al più presto sane e salve, il Coordinamento rinnova il proprio impegno affinché la cultura dei diritti umani continui a rappresentare il fondamento di una società nella quale nessun minore debba cercare altrove quel senso di protezione, ascolto e appartenenza che le istituzioni educative sono chiamate quotidianamente a garantire.
prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU