Tutto sui permessi 104: chi ne ha diritto e chi rischia la revoca definitiva
I permessi 104 non spettano per la semplice coabitazione con un parente del coniuge se manca il rapporto di affinità previsto dalla norma.
I permessi 104 rappresentano uno strumento essenziale per garantire l'assistenza a chi vive una condizione di disabilità grave, ma la loro concessione segue criteri giuridici precisi. La normativa attuale chiarisce che la sola coabitazione fisica, priva di legami di parentela o affinità riconosciuti, non è sufficiente per accedere ai benefici previdenziali.
L’ordinanza della Cassazione sui benefici indebiti
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 10976 del 24 aprile 2026, ha stabilito che i permessi 104 non possono essere riconosciuti a una lavoratrice impegnata nell'assistenza di un cugino del marito, nonostante la convivenza sotto lo stesso tetto. La magistratura ha sottolineato che il legame di parentela o affinità necessario per legge non include i cugini acquisiti.
Di conseguenza, il beneficio è stato revocato e la dipendente è stata condannata alla restituzione delle somme percepite indebitamente per un periodo di circa 14 anni. La sentenza ribadisce che la convivenza di fatto rilevante è esclusivamente quella "more uxorio", ovvero un'unione stabile basata su legami affettivi e reciproca assistenza morale.
Requisiti per la convivenza di fatto
Il quadro normativo è stato recentemente integrato dal decreto legislativo 105/2022, che ha esteso i diritti legati alla legge 104 ai conviventi di fatto. Tuttavia, tale definizione non si applica a una generica coabitazione domestica, ma richiede:
Un legame affettivo stabile e duraturo.
L'impegno reciproco all'assistenza materiale e morale.
Una relazione assimilabile al vincolo matrimoniale.
Senza questi presupposti, anche se il soggetto è inserito nel nucleo familiare, l’accesso ai permessi retribuiti viene negato.
Restituzione delle somme e responsabilità
Le retribuzioni versate per permessi ottenuti senza requisiti sono soggette a ripetizione dell'indebito. Nel caso specifico, la lavoratrice era consapevole della mancanza dei presupposti legali, annullando così ogni principio di legittimo affidamento. Non è stata dunque ravvisata alcuna responsabilità in capo al datore di lavoro, rendendo obbligatorio il recupero integrale delle somme fruite senza titolo.