Violenza giovanile, Crepet: i segnali ignorati dalle famiglie
L'analisi dello psichiatra a Radio Radio: quando il coltello in tasca è l'ultimo atto di un disagio profondo e inascoltato.
L'intervento del professor Paolo Crepet accende i riflettori sulla violenza giovanile e le responsabilità educative. Un'analisi lucida su come riconoscere i sintomi di un malessere profondo prima che sfoci in tragedia irreversibile, partendo dalle domande degli ascoltatori.
Violenza giovanile: riconoscere il punto di non ritorno
L'interrogativo, sollevato in diretta su Radio Radio da una madre di Verona, tocca un nervo scoperto della società contemporanea: esistono indicatori precoci per prevenire il peggio? La risposta del professor Paolo Crepet, noto psichiatra e sociologo, destruttura le certezze rassicuranti a cui spesso ci si aggrappa. Secondo l'esperto, quando un genitore necessita di essere avvisato che il proprio figlio esce di casa armato, il sistema educativo ha già fallito.
"Se io devo dire a una mamma o a un papà: guarda che tuo figlio esce con un coltello, allora comincio ad avere paura anch’io", afferma Crepet. Questo scenario indica che siamo oltre il campanello d'allarme; siamo nella gestione dell'emergenza. L'esperienza clinica e l'osservazione sociale suggeriscono che i genitori spesso scambiano il ritiro sociale o l'aggressività latente per fasi transitorie dell'adolescenza, ignorando quella che potremmo definire una "violenza silenziosa". Non c'è solo l'aggressione verso l'esterno: il dramma si consuma anche nell'autolesionismo. Crepet cita l'esempio agghiacciante di gesti estremi, come il suicidio a pochi passi dai centri abitati, che avvengono nel totale smarrimento di chi dovrebbe vigilare.
Il vuoto educativo e il silenzio che precede il dramma
Un secondo punto cruciale emerge dal confronto con un'ascoltatrice di Milano, che dipinge un ritratto impietoso delle nuove generazioni: ragazzi descritti come "vuoti", privi di nozioni basilari di geografia o cultura generale. Tuttavia, ridurre la violenza giovanile a una mera questione di ignoranza scolastica rischia di essere un alibi pericoloso. Il problema non risiede nel non sapere dove si trovi la Groenlandia, ma nell'assenza di prospettive e nella gestione delle aspettative familiari.
Il vero nodo gordiano è il futuro professionale ed esistenziale: "Aprono un’azienda? Gestiscono lo studio del padre?", si chiede provocatoriamente lo psichiatra. Quando le responsabilità vengono sistematicamente rimandate e le illusioni coltivate artificialmente dalle famiglie, si crea un terreno fertile per il disagio. In questo contesto, la mancanza di strumenti cognitivi diventa secondaria rispetto all'analfabetismo emotivo. I ragazzi, incapaci di articolare un pensiero complesso o di gestire il rifiuto, reagiscono con l'unico linguaggio che sembra loro accessibile: la forza bruta o la distruzione.
Dalle responsabilità materne alla cultura della frustrazione
Il dibattito si sposta poi su un terreno minato: le dinamiche di genere e il ruolo delle madri. Rispondendo a un ascoltatore che tentava di correlare la fine delle relazioni per volontà femminile alla reazione violenta maschile, Crepet ribadisce un concetto di democrazia sentimentale imprescindibile: la libertà di chiudere un rapporto non è negoziabile né colpevolizzabile.
Tuttavia, l'analisi scava più a fondo, chiamando in causa le madri degli autori di reati. "Dietro a un assassino maschio c’è sempre anche un’altra donna: la mamma dell’assassino". Non si tratta di una condanna sommaria, ma di un richiamo alla consapevolezza. Esiste una differenza sostanziale tra la complicità silenziosa — quella che protegge il figlio a ogni costo, nascondendo le prove o minimizzando i fatti — e il coraggio di chi denuncia per salvare, paradossalmente, proprio quel figlio.
La radice comune di questi fenomeni, dalla violenza di genere al bullismo, è la frustrazione. In un mondo popolato da individui che non si sentono visti o rispettati, la rabbia diventa l'unica valvola di sfogo. I segnali premonitori ci sono sempre: il controllo ossessivo del telefono, il divieto di uscire con le amiche, le minacce velate ("Se posti quella foto..."). Normalizzare questi comportamenti significa spianare la strada alla tragedia. La prevenzione reale non passa per il controllo poliziesco, ma per il recupero di un'umanità imperfetta, che accetta il limite e rifiuta l'onnipotenza.
Domande Frequenti (FAQ)
Quali sono i primi segnali di violenza giovanile da non sottovalutare? Secondo gli esperti, i segnali includono un improvviso isolamento, aggressività verbale (alzare la voce), tentativi di controllo sulle frequentazioni altrui e minacce, anche velate. Anche l'autolesionismo è un indicatore di violenza rivolta verso sé stessi.
Come devono comportarsi i genitori di fronte a comportamenti aggressivi? È fondamentale non minimizzare né normalizzare l'accaduto. Il dialogo deve essere immediato, ma se la situazione appare fuori controllo (es. possesso di armi o minacce fisiche), è necessario rivolgersi a specialisti o alle autorità, superando la paura del giudizio sociale.
Cosa intende Paolo Crepet per "complicità" delle madri? Lo psichiatra si riferisce a quei comportamenti protettivi che portano i genitori a nascondere o giustificare le azioni violente dei figli invece di affrontarle. Al contrario, un genitore responsabile dovrebbe avere il coraggio di denunciare o intervenire drasticamente per correggere la deriva educativa.
La frustrazione è la causa principale della violenza tra i giovani? Sì, la frustrazione derivante dal non sentirsi riconosciuti, rispettati o capaci di gestire il fallimento è spesso la miccia che innesca comportamenti violenti. L'educazione alla gestione del "no" e del limite è essenziale per prevenire queste dinamiche.