La denuncia della docente nell'anno di prova: odissea tra costi e burocrazia
La testimonianza sulle difficoltà logistiche ed economiche affrontate durante l'anno di prova di una docente vincitrice al Concorso PNRR 1.
Una testimonianza diretta, raccontata su Fanpage.it, fa luce sulle criticità dell'anno di prova docenti PNRR: tra connessioni precarie, spese ingenti per l’abilitazione e burocrazia asfissiante, emerge un percorso a ostacoli per i vincitori di concorso che penalizza la continuità didattica.
Il paradosso tecnologico della formazione obbligatoria
Le contraddizioni del sistema scolastico italiano sono emerse con forza durante una recente sessione plenaria obbligatoria, trasformatasi in un caso emblematico di disorganizzazione. Silvia, docente di ruolo assegnata a Fara Sabina (in provincia di Rieti) pur risiedendo a Roma, ha descritto l'episodio come il culmine di un'esperienza logorante. Nonostante la natura digitale dell'incontro, che prevedeva la connessione simultanea di migliaia di insegnanti, è stata imposta la presenza fisica presso la sede di servizio. L'infrastruttura di rete, incapace di sostenere un tale carico di accessi, è collassata rapidamente, costringendo i docenti a ricorrere ai propri hotspot personali per tentare di rimanere online.
Questa situazione ha evidenziato un paradosso gestionale: professionisti costretti a spostarsi di decine di chilometri per fruire di un contenuto digitale che, per sua natura, potrebbe essere gestito da remoto. La frustrazione è stata amplificata dall'impossibilità tecnica di completare il questionario finale entro la scadenza del 6 febbraio, a causa del sovraccarico dei server. Per Silvia, e per molti colleghi con esperienza decennale alle spalle, questo non è stato un mero incidente tecnico, ma la manifestazione tangibile di una gestione che non tiene conto delle reali condizioni operative nelle scuole.
Costi e burocrazia nell'anno di prova docenti PNRR
Oltre alle difficoltà logistiche, il percorso per i neoassunti vincitori di concorso PNRR 1 presenta barriere economiche significative che rischiano di creare una selezione basata sul censo piuttosto che sul merito. L'obbligo di conseguire l'abilitazione attraverso percorsi universitari da 60 crediti (o integrazioni per chi ne possedeva già 24) comporta un esborso finanziario notevole. I costi oscillano tra i 2.400 euro presso le università pubbliche, dove i posti sono limitati, fino a superare i 3.000 euro negli atenei telematici.
Silvia sottolinea come tale onere gravi su stipendi non certo elevati, rendendo il percorso sostenibile solo per chi gode di un "privilegio" familiare o di supporti economici esterni. A ciò si aggiunge una mole di lavoro burocratico ridondante: durante l'anno di formazione, i docenti devono produrre un portfolio che spesso duplica quanto già elaborato per l'abilitazione, partecipando a 12 ore di formazione online, redigendo bilanci di competenze e sottoponendosi a un sistema di tutoraggio (peer-to-peer) che sottrae tempo prezioso alla didattica, senza apportare un reale valore aggiunto a chi insegna già da un decennio.
Continuità didattica a rischio e precariato storico
L'attuale meccanismo di reclutamento, pur concepito per stabilizzare il corpo docente, finisce paradossalmente per danneggiare la continuità didattica, elemento cruciale per l'apprendimento degli studenti. L'ingresso in ruolo a metà anno scolastico, come avvenuto per Silvia nel mese di dicembre, comporta un traumatico avvicendamento in cattedra ad attività già avviate, disorientando le classi. Inoltre, la rigidità delle assegnazioni territoriali sui posti residui costringe molti insegnanti a pendolarismi estremi, con impatti negativi sulla qualità della vita e sulla lucidità lavorativa.
Il sistema sembra ignorare il bagaglio professionale dei docenti: molti dei "neoassunti" sono in realtà professionisti che hanno garantito il funzionamento della scuola pubblica per anni attraverso il precariato. Trattare profili senior come novizi, imponendo loro iter formativi percepiti come "scartoffie" ripetitive, genera un senso di alienazione. La richiesta non è di evitare la formazione, ma di renderla compatibile con i carichi di lavoro reali e, soprattutto, rispettosa della dignità professionale e delle esigenze economiche di chi, quotidianamente, forma le future generazioni.