Referendum giustizia 2026: ufficiali le date del 22 e 23 marzo
Il Cdm conferma il voto sulla riforma costituzionale e separazione delle carriere in concomitanza con le elezioni suppletive.
L'Esecutivo ha sciolto le riserve sul Referendum giustizia 2026. Il Consiglio dei ministri ha deliberato che i cittadini italiani si recheranno alle urne domenica 22 e lunedì 23 marzo. La consultazione confermativa, cruciale per l'ordinamento giudiziario, si svolgerà parallelamente alle elezioni suppletive previste.
Il via libera del Governo alle urne
La decisione formale è giunta al termine dell'ultima riunione di governo, ratificando quanto già anticipato venerdì scorso dalla Presidente del Consiglio durante una conferenza stampa. La calendarizzazione, sebbene attesa, non figurava esplicitamente nell'ordine del giorno, dettaglio che aveva suscitato prudenza persino tra i membri dell'esecutivo. Soltanto poche ore prima del vertice, infatti, il ministro della Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo, intervenendo ai microfoni di Rai Radio1, aveva ipotizzato l'inserimento della data nella sezione "varie ed eventuali", pur confermando l'orientamento verso l'ultima decade di marzo. Con questa ufficializzazione, si avvia il conto alla rovescia per uno degli appuntamenti istituzionali più rilevanti della legislatura.
Referendum giustizia 2026: le ragioni del fronte del Sì
Sul versante dei favorevoli alla riforma, la campagna elettorale punta a scardinare la narrazione di uno scontro puramente ideologico tra partiti. Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera e figura chiave di Forza Italia nella promozione del quesito, ha ribadito come la separazione delle carriere non debba essere percepita come una bandierina politica, bensì come l'attuazione del principio costituzionale del "giudice terzo". Mulè ha evidenziato un sostegno trasversale, citando una manifestazione a Firenze che vede la partecipazione di esponenti storici dell'area progressista. Tra i sostenitori del "Sì" figurano infatti personalità di spicco quali:
Augusto Barbera, ex presidente della Corte Costituzionale;
Stefano Ceccanti, costituzionalista ed ex parlamentare;
Cesare Salvi, ex ministro del Lavoro. Secondo il coordinatore azzurro, la presenza di questi "garantisti di sinistra" dimostra che la riforma non mina l'indipendenza della toga, ma risponde a una necessità di logica giuridica.
I timori costituzionali del Comitato per il No
Diametralmente opposta è la lettura fornita dal Comitato per il No, che intravede nella revisione costituzionale un pericolo concreto per l'equilibrio dei poteri. Il costituzionalista Enrico Grosso, presidente del comitato, ha espresso forti perplessità riguardo alle modifiche che interesseranno il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). Intervistato da La7, Grosso ha argomentato che l'introduzione del sorteggio per i membri dell'organo di autogoverno rischierebbe di minarne l'autorevolezza istituzionale, esponendo la magistratura a una maggiore soggezione nei confronti del potere politico. Secondo questa prospettiva, indebolire il presidio di autonomia rappresentato da un CSM elettivo trasformerebbe l'Italia in un'anomalia nel panorama giuridico internazionale.
Lo scontro sulla presunta sottomissione dei giudici
Il dibattito si accende ulteriormente sulle conseguenze pratiche della riforma. Mentre i detrattori paventano un asservimento del Pubblico Ministero all'esecutivo, i promotori respingono tale ipotesi definendola una "bugia colossale". La tesi sostenuta dal fronte riformista è che l'obbligatorietà dell'azione penale rimarrà inviolata e che la distinzione netta tra chi accusa e chi giudica servirà esclusivamente a garantire l'imparzialità del processo. La propaganda avversa, secondo Mulè, ignora deliberatamente che la separazione delle funzioni mira a eliminare le influenze trasversali tra colleghi che condividono la stessa carriera, senza intaccare le prerogative di indagine. La sfida dei prossimi mesi si giocherà dunque sulla capacità delle due fazioni di spiegare agli elettori le complesse implicazioni tecniche di questo passaggio costituzionale.