Verifica finale PEI: come si propongono le ore di sostegno
La verifica finale del PEI richiede una proposta delle ore di sostegno motivata, coerente con i bisogni reali dell'alunno e frutto di una riflessione collegiale.
Con l'avvicinarsi della fine dell'anno scolastico, la verifica finale del PEI diventa un momento cruciale per ogni team docente. Non si tratta solo di aggiornare un documento: è il momento in cui la scuola deve dimostrare, con dati e riflessioni condivise, quali risorse servono davvero per garantire il diritto all'inclusione. La proposta delle ore di sostegno scolastico deve essere motivata, documentata e radicata nel funzionamento reale dell'alunno, non nella sola certificazione clinica.
La proposta delle ore non è un numero
Katia Perdichizzi, esperta di inclusione scolastica, lo spiega con chiarezza: «È fondamentale che il fabbisogno delle risorse nasca da una lettura complessiva del funzionamento dello studente nel contesto scolastico. La proposta delle ore non dovrebbe mai essere letta solamente in termini quantitativi, perché non si tratta semplicemente di chiedere più ore, ma di spiegare quali bisogni educativi richiedono una presenza più strutturata del docente di sostegno e quali condizioni sono necessarie per la partecipazione, l'apprendimento e l'inclusione più efficace dell'alunno con disabilità».
Il punto centrale è questo: le ore di sostegno non esistono per "compensare" le difficoltà dell'alunno. Servono a costruire un contesto scolastico davvero inclusivo, dove il docente agisce sul gruppo classe, sulle relazioni e sulla mediazione didattica. Chiedere ore in modo automatico, senza motivazione, è un errore metodologico che indebolisce l'intero impianto del PEI.
Il PEI chiede motivazioni precise
La sezione dedicata alla richiesta delle ore nel Piano Educativo Individualizzato non è una formalità. Come sottolinea Perdichizzi: «La proposta delle ore non può essere basata solo sulla certificazione o sulla gravità clinica, ma deve tener conto del profilo di funzionamento dell'alunno e dell'impatto che i bisogni educativi hanno nella vita scolastica quotidiana».
Questo significa che ogni richiesta deve essere:
coerente con quanto emerso durante l'anno scolastico;
documentata attraverso osservazioni concrete;
frutto di una discussione collegiale tra tutti i membri del GLO (Gruppo di Lavoro Operativo).
La scuola, con quella proposta, sta dichiarando quali condizioni ritiene necessarie per garantire partecipazione e apprendimento. È un atto formale con un peso reale.
Come funziona la raccolta delle proposte
Il dirigente scolastico Salvatore Impellizzeri ha spiegato come avviene concretamente la gestione istituzionale: «La raccolta delle ore, che sono le delibere che fa il GLO nel determinare le ore, non deve essere automatica in base alla gravità o meno, deve essere in base a reali bisogni e non è certo la sommatoria di risorse che fa qualità, ma il giusto utilizzo delle risorse e la dinamica di queste risorse nel gruppo classe».
Il meccanismo è abbastanza lineare:
dopo tutti i GLO finali, il dirigente raccoglie le richieste di ogni istituto;
l'ufficio scolastico territoriale emana una nota che consolida le richieste;
i dati salgono all'USR e poi al Ministero per definire il contingente complessivo.
«Di solito vengono soddisfatte tutte» — precisa Impellizzeri — «e anche perché poi se si va a contenzioso di solito l'amministrazione perde. Perché se un gruppo di lavoro ha chiesto un determinato numero di ore è chiaro che c'è una ragione, quindi di solito non si entra nel merito di questa decisione. Importante rispettare le procedure. Ecco, questo è il meccanismo molto semplice».
Inclusione significa anche didattica innovativa
Un aspetto spesso trascurato riguarda il modello didattico. Impellizzeri è diretto: «Una didattica tradizionale non favorisce l'inclusione e didattica tradizionale, intendo quella basata su spiegazione, ripetizione, verifiche».
L'inclusione autentica richiede che l'alunno con disabilità possa interagire con i compagni e partecipare attivamente. Questo non è possibile con lezioni frontali standardizzate. Il docente di sostegno diventa allora una risorsa per ripensare l'intero approccio didattico, non solo per affiancare un singolo studente.