Violenza giovanile, Crepet contro l'impunità: "Far finta di niente è quasi un voler giustificare".
Per lo psichiatra Paolo Crepet la violenza giovanile nasce dall'incapacità di accettare i no: servono regole chiare e punizioni educative
L'aggressione a un docente di diritto a Nereto ha riportato al centro del dibattito la violenza giovanile nelle scuole. Sul caso è intervenuto lo psichiatra Paolo Crepet, che descrive una società "che corre verso il male" e chiede il ritorno a regole chiare e a responsabilità condivise tra famiglie e istituzioni.
Incapacità di accettare le sconfitte
Per Crepet l'episodio di Nereto è il segno di una società che corre troppo. Comportamenti che un tempo arrivavano nella tarda adolescenza oggi compaiono già nella preadolescenza. Lo psichiatra usa una metafora: "La violenza si esplica prima come fenomeno di un disagio e di una frustrazione latente. Si entra prima nel mondo senza avere il biglietto". Il nodo, spiega, è l'incapacità dei ragazzi di gestire la frustrazione. Ai più giovani è stata "tolta la possibilità di imparare che cos'è un no, cos'è una sconfitta". Persino il gioco non insegna più a perdere.
Oltre il perdonismo e il valore della punizione
Crepet si schiera contro il "perdonismo". Davanti a fatti gravi non basta capire il disagio: bisogna agire. "È sbagliato che un insegnante perdoni", afferma. E precisa: "Il verbo è sbagliato: un insegnante deve punire, che non vuol dire dare delle sberle, ma far capire da dove nasce l'errore". Sul docente aggredito a Parma che non ha denunciato, lo psichiatra è netto: è una scelta sbagliata. Dietro la mancata denuncia ci sarebbe la voglia della scuola di "togliersi dalle responsabilità" e il timore di "esporre te stesso e la tua incapacità di educare". Far finta di niente, per lui, equivale a giustificare.
Le famiglie e le regole che mancano
Il dito di Crepet è puntato soprattutto contro le famiglie. I genitori, dice, non fanno più rispettare le regole e non mettono paletti. "Non fanno capire ai ragazzi che hanno fatto del male", accusa. Il quadro è duro: ragazzi cresciuti come "cuccioli di gorilla tirati su allo stato brado", in un mondo dove scuola, famiglia e parrocchia sembrano aver rinunciato al loro ruolo. Lo psichiatra trova assurdo vedere quattordicenni in giro alle tre di notte e si chiede dove stiamo andando se l'unica frase ripetuta è "bisogna capirli, sono ragazzini". Mancano, in sostanza, dei limiti.
Punizioni educative contro la spirale della violenza
Per Crepet la via d'uscita è una responsabilità collettiva. La denuncia, precisa, non è solo un atto giudiziario ma un atto di civiltà. Lo psichiatra propone misure concrete:
coinvolgere il sindaco in un'assemblea pubblica;
chiamare i genitori a un confronto diretto sul tema;
introdurre punizioni educative come i lavori di pubblica utilità.
L'impunità, avverte, assolve del tutto il colpevole. La scuola che serve non è quella dove "si entra con i coltelli e si fanno pure i reel su Instagram", ma una "scuola severa che valuta".