Contratto scuola, Landini: 'Aumenti briciole con inflazione record'
Il segretario Cgil boccia l'accordo: docenti e ATA perdono potere d'acquisto con adeguamenti fermi al 6% mentre i prezzi corrono.
Il dibattito sul rinnovo contratto scuola si accende con toni aspri. Maurizio Landini definisce inaccettabile l'offerta governativa: aumenti salariali del 6% a fronte di un'inflazione reale triplicata. Docenti e ATA restano fanalini di coda in Europa per retribuzione.
Rinnovo contratto scuola: scontro su inflazione e salari
Nel panorama sindacale italiano si consuma una frattura significativa tra le aspettative dei lavoratori e le misure attuate dall'esecutivo. La mancata sottoscrizione dei contratti pubblici da parte della Cgil non è un atto formale, ma una presa di posizione politica ed economica netta. Ospite nel salotto televisivo di Piazzapulita, il segretario generale Maurizio Landini ha smontato la narrazione governativa con la freddezza dei numeri: a fronte di un costo della vita lievitato del 18% nell'ultimo triennio, la proposta di adeguamento salariale messa sul piatto dal Governo Meloni si ferma a un misero 6%.
Per chi vive quotidianamente la realtà scolastica o sanitaria, questa discrepanza si traduce in una erosione brutale del potere d'acquisto. Landini punta il dito contro la Presidente del Consiglio, identificata nel suo ruolo di "datore di lavoro pubblico": rinnovare i contratti in queste condizioni significa, di fatto, pianificare l'impoverimento di categorie essenziali come insegnanti, personale sanitario e dipendenti della Pubblica Amministrazione. La scelta di non firmare, ribadisce il leader sindacale, è l'unica via per non legittimare quello che viene percepito come un taglio salariale mascherato.
Il gap retributivo europeo: dati allarmanti per i docenti
Oltre alla polemica sull'inflazione, emerge un quadro strutturale desolante se si allarga lo sguardo oltre confine. Le retribuzioni del comparto istruzione in Italia soffrono di un ritardo cronico, confermato impietosamente dalle statistiche. Il Rapporto Eurydice evidenzia come lo stipendio medio di un docente italiano, fermo a circa 32.306 euro lordi annui, sia inferiore del 30% rispetto alla media dei colleghi dell'Unione Europea.
Analizzando i dati con occhio esperto, le differenze diventano abissali:
Un insegnante austriaco, a parità di anzianità, percepisce oltre 20.000 euro in più all'anno.
Un collega olandese supera il docente italiano di quasi 30.000 euro.
Non è solo una questione di confronto internazionale, ma anche di equità interna. I dipendenti della scuola guadagnano mediamente 4.000 euro in meno rispetto alla media del pubblico impiego e, se il confronto si sposta sui militari, il divario supera i 10.000 euro annui. Anche il personale ATA, spesso dimenticato, condivide con i docenti le ultime posizioni nelle classifiche OCSE, penalizzato da scatti di anzianità automatici che non compensano la stagnazione degli stipendi d'ingresso.
Fuga all'estero e precariato: l'analisi della Cgil
Le conseguenze di questa politica salariale non sono astratte, ma tangibili nelle scelte di vita delle nuove generazioni. Landini sottolinea come l'attrattività della professione docente sia ai minimi storici, spingendo i giovani laureati verso l'estero, dove le competenze sono retribuite adeguatamente e non sfruttate. Tenere bassi i salari nel settore pubblico deprime l'intera economia nazionale, frenando i consumi interni.
Il leader della Cgil traccia un parallelismo preoccupante con il settore industriale e i servizi. Nonostante i dati Istat registrino un aumento dell'occupazione, la qualità del lavoro è crollata: i contratti a termine sono esplosi, passando da 3 a quasi 4,7 milioni. Si assiste a uno spostamento della forza lavoro dall'industria – con la crisi dell'automotive e di Stellantis che producono un terzo del loro potenziale – verso servizi e commercio, settori spesso caratterizzati da "contratti pirata" e condizioni precarie.
Anche la Flc-Cgil rincara la dose riguardo al rinnovo contratto scuola, spiegando che gli attuali arretrati e aumenti sono solo un terzo di quanto sarebbe necessario per coprire l'inflazione reale. Con la prospettiva del contratto 2025/27, che il Governo vorrebbe chiudere velocemente con cifre simili, si preannuncia un nuovo autunno caldo sul fronte sindacale.